USA. Agghiacciante l'allontanamento di Mahmoud Khalil

Lo storico magazine protestante "The Christian Century" condanna l'arresto del ricercatore della Columbia

03 aprile 2025

Lo scorso 8 marzo a New York le autorità statunitensi che si occupano di immigrazione (ICE) hanno arrestato il ricercatore Mahmoud Khalil, figlio di rifugiati palestinesi in Siria e poi in Libano, possessore di una “Greencard” quindi regolarmente residente negli Stati Uniti, recentemente laureatosi alla Columbia University, sposato con una cittadina statunitense dalla quale aspetta un figlio. Khalil, attualmente detenuto arbitrariamente nel Centro di deportazione della Louisiana, è stato preso di mira per il suo ruolo nelle proteste studentesche pro-Palestina. Gli è stato “revocato” il suo status di residente permanente ed è stata avviato una procedura di espulsione. Non è stato accusato di alcun reato.
In merito a quanto sta accadendo nell’America di Donald Trump, pubblichiamo di seguito la presa di posizione a cura dello staff editoriale della prestigiosa testata americana protestante The Christian Century, storico magazine del cristianesimo progressista, dal titolo: "L’allontanamento di Mahmoud Khalil ad opera dell’amministrazione Trump è agghiacciante. Le democrazie non espellono le persone per le loro opinioni, nemmeno se le esprimono ad alta voce", e dice: "L’arresto di Khalil rappresenta un inasprimento degli attacchi di questa amministrazione contro le libertà civili". 

Protesta a marzo 2025 nel Thomas Paine Park di Lower Manhattan contro la detenzione dell’attivista palestinese e studente alla Columbia University Mahmoud Khalil (Foto SWinxy/Creative Common)

L’8 marzo Mahmoud Khalil è stato arrestato alla Columbia University da agenti dell’servizio immigrazione ICE. Gli è stato detto che il suo visto per motivi di studio era stato revocato; informati del suo status di residente permanente legale, hanno detto che anche la sua Green Card era stata revocata. Mentre scriviamo Khalil è sotto custodia, in attesa di essere processato da un tribunale dell’immigrazione – non a New York ma in Louisiana, lontano dalla sua famiglia, dal suo lavoro, dalla sua comunità e dai suoi avvocati. Khalil non ha goduto di un regolare processo. È stato fondamentalmente “tolto di mezzo”.

Perché? Guidava proteste pro-Palestina e antisioniste alla Columbia. L’amministrazione Trump fa riferimento a un decreto presidenziale di gennaio che mira a contrastare “molestie e violenza antisemite e illegali”; l’amministrazione ritiene inoltre che Khalil sostenga Hamas, da tempo considerata una organizzazione terroristica dal governo degli Stati Uniti. Ma le autorità non hanno fornito alcuna prova e il mandato di comparizione contiene un’unica motivazione: la presenza di Khalil negli Stati Uniti ha “conseguenze negative potenzialmente gravi per la politica estera”. Questa formulazione è tratta da un’oscura legge del 1952. Il giurista Stephen Vladeck al New York Times ha detto di essere a conoscenza di un solo altro caso in cui quella legge è stata citata in un procedimento di espulsione: nel 1995, quando un cittadino messicano, negli USA con un visto, era ricercato nel suo paese per riciclaggio di denaro.

Ma Khalil ha una Green Card e non è stato accusato di alcun crimine. Canary Missionun gruppo conservatore che tiene sotto controllo gli attivisti antisionisti nei campus universitari, lo avrebbe osservato lanciare appelli a disinvestire in Israele, sottolineare che per il diritto internazionale la resistenza armata è legale e altro ancora - ma non lo ha visto denigrare il popolo ebraico in quanto gruppo o appoggiare Hamas.

L’antisionismo è di per sé antisemita? Che ruolo ha avuto l’antisemitismo nelle proteste sui campus universitari contro la guerra di Gaza? Fino a che punto Hamas rispecchia la volontà del popolo palestinese? Sono domande complesse, sensibili ed estremamente controverse. Ma perfino persone che risponderebbero alquanto diversamente converranno che non sta al governo fornire le risposte, unilateralmente e definitivamente, e quindi usare quelle risposte per espellere le persone.

Ma se Khalil avesse simpatie antisemite o pro-Hamas? Sono opinioni ripugnanti, ma ciò non rende criminali. Protestare è un diritto democratico fondamentale – e di per sé neutrale. Le democrazie non privano le persone della libertà a causa delle loro opinioni, nemmeno se esprimono ad alta voce quelle opinioni.

L’arresto di Khalil rappresenta un inasprimento degli attacchi di questa amministrazione contro le libertà civili. È questa la posta in gioco: non il sostegno di Israele o della Palestina, non gli sforzi volti a combattere l’antisemitismo o l’islamofobia, ma i diritti fondamentali del popolo degli Stati Uniti. “Se una persona legalmente presente negli Stati Uniti può essere prelevata da casa sua per aver esercitato un'attività politica protetta dalla Costituzione”, scrive l’editorialista Michelle Goldberg, “ci troviamo in un paese drasticamente diverso da quello a cui eravamo abituati”.

Il giorno dopo l’arresto di Khalil l’alleanza globale della società civile CIVICUS ha aggiunto gli Stati Uniti alla lista nera dei paesi in cui le libertà civili sono minacciate. Persino dopo tutto quello che gli Stati Uniti hanno passato in mesi e anni recenti, rimane la tentazione di fare affidamento sull’eccezionalismo americano, di aderire alla convinzione che quella sorta di crisi democratica totale a cui abbiamo assistito altrove non può verificarsi qui. Invece è già in atto. La domanda è fino a dove questa crisi si spingerà prima che coloro che la riconoscono per ciò che è mettano insieme la forza politica e il coraggio morale per fermarla – e quanta sofferenza le persone dovranno ancora sopportare prima che questa accada. (Da: The Christian Century; trad.: G. M. Schmitt)

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