Parla la direttrice di HEKS dopo i tagli di Trump a USAID
Karolina Frischkopf, direttrice di HEKS (Aiuto delle chiese evangeliche in Svizzera), braccio umanitario della Chiesa evangelica riformata in Svizzera (CERiS), mette in guardia dalle conseguenze del ritiro degli Stati Uniti dalla cooperazione allo sviluppo globale.
(reformiert/ve) Nel giorno del suo insediamento il presidente statunitense Donald Trump ha disposto il blocco dei pagamenti per USAID. Per 90 giorni la più grande organizzazione al mondo per la cooperazione allo sviluppo non avrebbe più potuto elargire denaro. Inoltre Elon Musk ha annunciato “lo smantellamento dell’aiuto allo sviluppo”. Sebbene la Corte Suprema abbia frattanto stabilito che i pagamenti in sospeso devono essere saldati, molti progetti di cooperazione in corso sono stati tuttavia revocati.
In tutto il mondo sono stati per ora cancellati l’83% dei progetti finanziati da USAID perché ritenuti da parte dell’amministrazione Trump non di “interesse nazionale”. Risultato: tutto il settore umanitario è in crisi dato che USAID da sola provvedeva alla copertura del 40% del fabbisogno su scala mondiale. Inoltre, sono migliaia i posti di lavoro persi, non solo all’interno di USAID, ma anche in numerose realtà umanitarie direttamente o indirettamente coinvolte nella distribuzione dei fondi statunitensi. Colpite anche numerose organizzazioni umanitarie svizzere.
Il caporedattore di reformiert.info Felix Reich ne ha parlato con Karolina Frischkopf, direttrice HEKS. Proponiamo di seguito la traduzione dell’intervista pubblicata in tedesco qui.
Quali conseguenze ha comportato finora per HEKS il radicale cambio di corso dell’amministrazione Trump nella politica di sviluppo statunitense?
Abbiamo già ricevuto la lettera di disdetta e quindi la cancellazione per progetti umanitari in Etiopia e nella Repubblica Democratica del Congo. USAID ha abbandonato all’istante questi progetti di cooperazione. C’è anche un progetto di aiuti di emergenza in Ucraina che viene finanziato in modo determinante con fondi provenienti dagli USA, ma finora non abbiamo sentito nulla di definitivo al riguardo.
Quanto è ampio l’ammanco in cassa?
Diamo per scontato che USAID onorerà i pagamenti relativi a prestazioni da noi già fornite lo scorso anno.
Ma i contributi attualmente in preventivo verranno meno?
Sì. Dovremo coprire mediante l’intervento di altri donatori o viceversa risparmiare un totale di 7,5 milioni di franchi. Dobbiamo prevedere la fine della cooperazione in Ucraina. Il governo Trump ha stabilito che i progetti devono soddisfare tre condizioni per ottenere l’approvazione USA: “Making America safer, stronger, more prosperous” (“Rendere gli USA più sicuri, più forti, più prosperi”).
Ma HEKS può ancora in buona coscienza chiedere fondi a USAID?
No. Gli aiuti umanitari non possono avere come obiettivo quello di rendere più forte e più potente un unico Stato. C’è poi un altro problema: finora USAID ha sempre vincolato il suo sostegno ai criteri di diversità, equità, inclusione – concetti, come sappiamo, divenuti improvvisamente criteri di esclusione. Se nella descrizione del progetto appare appena il termine diversità, la collaborazione si interrompe. Per HEKS questi principi rimangono fondamentali. Non forniamo aiuti a gruppi specifici, le persone beneficiano del nostro aiuto a prescindere dal loro genere, dall’etnia o dalla religione.
Se all’indomani dell’elezione di Donald Trump qualcuno le avesse detto che in così poco tempo la politica di sviluppo statunitense avrebbe subito un tale stravolgimento, avrebbe creduto a quella persona?
Questo terremoto è uno shock. Alla fine di ottobre ho partecipato a una conferenza a Ginevra. Collaboratrici e collaboratori di USAID in quell’occasione dissero che avevano già fatto l’esperienza di un mandato presidenziale di Donald Trump. Cambiamenti di direzione e differimenti sono la norma dopo un mutamento al vertice. Ma che un presidente non accetti più la missione di un’istituzione, congeli i fondi e licenzi un gran numero di dipendenti era una circostanza assolutamente impensabile.
Anche in Svizzera sono stati decisi tagli nella politica di sviluppo.
Ma è avvenuto con un processo parlamentare trasparente. È anche legittimo. La strategia della cooperazione allo sviluppo e il budget devono sempre essere oggetto di negoziazioni politiche. L’integrazione della cooperazione allo sviluppo nel processo democratico non è messa in discussione, viene così garantita una stabilità di fondo. Negli USA, invece, la più grande organizzazione al mondo per la cooperazione allo sviluppo è stata letteralmente stravolta senza alcuna legittimità parlamentare.
Le conseguenze a lungo termine della nuova politica americana sono ravvisabili già oggi?
L’impatto è drammatico. USAID non era soltanto un importante finanziatore: l’agenzia fissava standard di qualità mondiali nell’ambito della cooperazione allo sviluppo. Ottenere la certificazione USAID era un compito impegnativo che ha dato anche a HEKS come organizzazione l’opportunità di svilupparsi ulteriormente. Adesso rischiamo di fare passi indietro. Temo che le conseguenze dureranno molto a lungo, perché con i numerosi licenziamenti andranno perdute anche molte competenze specialistiche e tanta esperienza.
Avete ancora contatti diretti preso USAID?
I nostri interlocutori di un tempo sono in parte andati via, ma in compenso ci sono nuove persone di contatto. Nella fase attuale nemmeno all’interno dell’organizzazione è sempre chiaro chi sia responsabile di cosa.
Gli USA erano un partner importante per le questioni di sicurezza e gli eventuali piani di evacuazione degli operatori umanitari. Anche in questo caso c’è il rischio di conseguenze negative?
Sì. Gli USA hanno anche annunciato una drastica riduzione del loro contributo all’ONU. I fondi americani rappresentano talvolta dal 40% a 60% dei bilanci delle organizzazioni ONU, soprattutto di quelle attive nell’ambito dei bisogni umanitari di base. Se gli USA si ritirano e le Nazioni Unite devono ridurre le proprie operazioni di conseguenza, viene a mancare la colonna portante della cooperazione allo sviluppo e dell’aiuto umanitario d’emergenza. Nelle zone di crisi l’ONU si assume compiti fondamentali: logistica, infrastrutture, sicurezza, coordinamento degli aiuti in arrivo. Se tutto questo viene meno, molte organizzazioni umanitarie non saranno più nelle condizioni di attivarsi proprio lì dove il bisogno è maggiore. Se, per esempio, non possono unirsi a un convoglio protetto o se devono organizzare da sé i voli, le organizzazioni umanitarie non sono più in grado di correre tali rischi e si ritirano dalle zone di crisi.
Chi potrà riempire il vuoto lasciato dagli USA se attueranno coerentemente i loro piani?
Nessuno possiede i mezzi per compensare le perdite fino in fondo. Tuttavia la solidità finanziaria è relativa e dipende dalle priorità. Attualmente anche in Europa l’accento è posto sul riarmo. Si investe sulle armi più che sulla sicurezza delle persone. La grande domanda è se negli Stati europei esiste la volontà politica di riprendere il testimone. Anche l’economia potrebbe esercitare un ruolo più determinante nel finanziamento degli aiuti umanitari.
Esiste il pericolo che Stati come la Russia o la Cina fiutino la loro occasione?
Sta già succedendo. La Russia non dispone attualmente delle risorse necessarie, ma la Cina acquisisce un’influenza sempre maggiore, in particolare in Africa. Nella cooperazione internazionale gli Stati hanno sempre perseguito anche i propri interessi. Tuttavia quando i principali finanziatori non condividono più principi come la democrazia, l’impegno della società civile e la libertà di opinione, ciò conduce a una erosione dei nostri valori. La perdita per il mondo occidentale sarebbe enorme. Anche per la Svizzera, per esempio se le organizzazioni umanitarie lasciano Ginevra perché i loro budget vengono ridotti e la località diventa troppo cara per mantenervi la sede. Stati come Singapore, Malaysia e Cina sono assolutamente pronti ad attirare le organizzazioni con incentivi finanziari.
È possibile porre un freno all’amministrazione Trump mediante interventi diplomatici?
La lingua del potere è l’unica che questa amministrazione capisce davvero. Sebbene l’economia statunitense non sia così dipendente dalle esportazioni come molti paesi europei, la resistenza unanime di tutti gli Stati vessati dai dazi doganali imposti dall’amministrazione Trump danneggerebbe anche l’economia USA. Tuttavia non vedo reazioni. Finora non c’è stata una grande levata di scudi.
Forse perché la lobby dell’aiuto allo sviluppo è debole?
Si tratta di molto di più della cooperazione allo sviluppo. In particolare la Svizzera, in quanto paese piccolo e dipendente dalle esportazioni, ha bisogno di una cooperazione multilaterale basata su regole. Ci sono in gioco anche le conquiste del libero scambio, quando i grandi paesi minacciano dazi per far valere i propri interessi.
La Svizzera non ha speranze nei giochi di potere dei grandi?
A perdere non è soltanto la Svizzera. Molti paesi dipendono da un ordine mondiale basato su regole, negoziati e accordi. Quando questi Stati si riuniscono per difendere i propri valori, questo, in un mondo così globalizzato e interdipendente come quello attuale, ha sicuramente un effetto sui grandi Stati: nemmeno loro riescono più a farcela da soli. (Da: reformiert.info; trad.: G. M. Schmitt)
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