Documentario sui cristiani in Terra Santa mostrato all’ONU di Ginevra
(wcc/ve) L’ambasciatrice Amira Hanania, diplomatica palestinese, già giornalista, rappresenta in Europa l’Alto Comitato presidenziale per gli affari ecclesiastici in Palestina (HCC). Cristiana di Betlemme ha dedicato la propria carriera al giornalismo e alla diplomazia. Di recente ha realizzato un documentario dal titolo “Via Dolorosa: The Path of Sorrows” che fa luce sulla storia dei cristiani in Palestina e sulle sfide da essi affrontate. È un soggetto spesso narrato da voci esterne, mentre resta ampiamente inascoltata la prospettiva cristiana palestinese di prima mano.
Il film è stato proiettato alle Nazioni Unite a Ginevra lo scorso 18 febbraio sotto gli auspici del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) alla presenza – tra gli altri – del segretario generale del CEC Jerry Pillay, e ha suscitato un doveroso dibattito sulla presenza cristiana in Palestina. Tra gli interventi anche quello del pastore Mitri Raheb, teologo luterano, fondatore e presidente dell’unica università di arti e cultura della Palestina, la Dar al-Kalima University di Betlemme (Cisgiordania).
“Provengo da una famiglia cristiana di Betlemme. Ci consideriamo i cristiani originali”, afferma Hanania. Tuttavia si rammarica per il rapido declino del numero dei cristiani palestinesi, oggi meno dell’1% della popolazione in Terra Santa. Sottolinea che prima della Nakba, nel 1948, la Palestina era una terra in cui tutte le religioni convivevano senza divisioni. Il conflitto non è religioso – è una lotta politica radicata nell’occupazione e nell’espansione degli insediamenti. “Per noi preservare il cristianesimo e la presenza cristiana in Palestina non è soltanto una missione; è una convinzione, un valore fondamentale per cui dobbiamo batterci. Vogliamo documentare la nostra storia perché, per la prima volta, sono i cristiani palestinesi che raccontano la loro storia piuttosto che lasciare che siano degli estranei a farlo”.
Il documentario fa tra l’altro luce sui pericoli affrontati dai giornalisti palestinesi, tra cui la giornalista americana palestinese Shireen Abu Akleh di fede cristiana, uccisa nel 2022 da colpi di arma da fuoco delle forze israeliane, malgrado indossasse un giubbotto da giornalista, mentre documentava un raid militare nel campo profughi di Jenin in Cisgiordania. “Noi giornalisti ci sentiamo come bersagli viventi” dice Hanania. “I giornalisti palestinesi vengono sistematicamente presi di mira nel tentativo di mettere a tacere la verità”. Ricorda i suoi viaggi attraverso l’Europa e gli Stati Uniti e la scoperta che molti cristiani occidentali erano ignari delle realtà palestinesi. Alcuni di loro, con suo grande sgomento, ignoravano persino che i cristiani palestinesi esistono ancora.
“Il cristianesimo ha avuto inizio qui. Gesù è nato a Betlemme, ha percorso la Via Dolorosa a Gerusalemme, è stato crocifisso ed è risorto in questa terra. Tutto ha avuto inizio qui, eppure tanti sono inconsapevoli della nostra ininterrotta presenza”.
Il film documenta anche le difficoltà affrontate dalle famiglie palestinesi a causa delle politiche israeliane, tra cui la confisca della terra, le restrizioni ai ricongiungimenti familiari e le regole concepite per fratturare la società palestinese.
Hanania condivide un’esperienza personale: suo fratello era sposato con una cristiana palestinese di Nazaret con passaporto israeliano, eppure entrambi hanno dovuto far fronte a difficoltà enormi a causa della complessità delle politiche di ricongiungimento familiare di Israele.
“Ai palestinesi è vietato guidare in Israele, anche se ottengono un permesso o una licenza di guida internazionale - una forma di punizione collettiva”, spiega. “Inoltre una moglie palestinese non può vivere con il marito in Cisgiordania, mentre ai coloni israeliani viene liberamente permesso di risiedere in insediamenti illegali all’interno dei territori palestinesi. Persino viaggiare diventa una sfida; mio fratello e sua moglie sono costretti a prendere strade diverse per attraversare i confini, in quanto soggetti a regole diverse”.
Hanania sottolinea che lo scopo del documentario non è soltanto quello di mettere in luce le lotte dei cristiani palestinesi, ma anche di offrire un’autentica narrazione palestinese, distinta dai rapporti ufficiali e dalla retorica politica. “Vogliamo che questo film sia uno strumento potente per dire al mondo com’è davvero la vita in Palestina – ma attraverso gli occhi della sua comunità cristiana. La gente è solita sentire ciò che le Nazioni Unite o i personaggi politici dicono della Palestina, ma ancora non sente parlare abbastanza spesso di noi dal nostro osservatorio”.