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Padre Mosè angelo dei profughi

Mussie Zerai ha un passato da profugo, è fuggito dalla dittatura della sua Eritrea, oggi presiede l'ong Habeshia per l'integrazione degli immigrati provenienti dal Corno d'Africa

in  Africa , intervista , migrazione

Padre Mosè angelo dei profughi

Offre aiuto alla diaspora eritrea ed etiope in Svizzera, è in contatto con i profughi che seguono la rotta libica per raggiungere l'Europa, opera in rete per chiedere alle autorità europee di approntare un piano per l'accoglienza e la protezione dei rifugiati.

Padre Zerai, che compito svolge in Svizzera?
Il mio compito consiste in un'attività di tipo pastorale, cioè di assistenza spirituale ai cattolici eritrei e etiopi residenti in Svizzera.

Accanto a questo lei ha anche un compito più ampio a favore della diaspora eritrea...
Il mio impegno per i rifugiati è iniziato nel 1995 e lo considero parte integrante del mio sacerdozio. Cerco di prendermi cura della persona integralmente - non solo dell’aspetto spirituale, ma anche di quello fisico e sociale, e mi batto per difendere la dignità della persona.

La si vede spesso con un cellulare in mano. Alcuni l'hanno definita “l’angelo dei profughi”. Che cosa fa con questo cellulare e in che senso lei può essere definito un angelo dei profughi?
Succede che molti profughi mi chiamano quando sono in mezzo al Mediterraneo o quando sono rinchiusi dentro i centri di detenzione in Libia, in Egitto, o in altri Paesi. Tramite questo telefonino, molti profughi trovano in me una persona che li ascolta, che cerca di prestare la sua voce a loro che in quel momento sono senza voce. Spesso chi sta in mezzo al mare mi chiama per chiedere soccorso, allora io faccio da ponte tra loro e le autorità competenti perché li vadano a salvare. Il telefono mi serve per essere in comunicazione con loro: grazie anche a questo telefono è stato possibile salvare migliaia di vite nel Mediterraneo.

Mi batto per difendere la dignità delle persone

Un aspetto straordinario è il fatto che così tanta gente conosca il suo numero di telefono. Come è riuscito a diffondere questa notizia?
Ci hanno pensato i profughi stessi a diffondere il numero: è stato un tam tam. E poi c’è stata anche una situazione particolare: nel 2011, quando c’è stata la cosiddetta primavera araba in Libia, stavo cercando di coordinare l’evacuazione verso la Tunisia dei profughi eritrei, etiopi, somali, sudanesi che erano in Libia.  Con due ponti aerei sono state messe in salvo circa 110 persone, scegliendo quelle più vulnerabili. Iniziati i bombardamenti, non potevamo continuare l’evacuazione verso l’Europa, per cui si è scelto di trasferire tutti verso la Tunisia. Per continuare a comunicare con i profughi ho dovuto usare un mezzo che tutti potevano ascoltare. E così mi sono servito delle radio che trasmettono nelle nostre lingue, dalla Francia, dalla Germania e dagli Stati Uniti. I giornalisti che conducevano quei programmi ricevevano tante richieste e non sapevano come rispondere, e così hanno iniziato a dare il mio numero di telefono, via radio, a tutti quelli che ascoltavano.

Lei riceve queste chiamate, ma poi che cosa fa? A chi si rivolge?
Dipende dalla situazione. Per esempio se chi mi chiama si trova in un centro di detenzione, allora contatto le organizzazioni umanitarie che sono presenti sul posto. Mi rivolgo all'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati UNHCR, o a Human Rights Watch o ad Amnesty International. Se invece i profughi sono in mare avviso la guardia costiera italiana o maltese, o comunque la marina militare italiana. Poi ci sono gli interlocutori superiori. A volte mi rivolgo a politici e governi. Questi flussi di profughi si dirigono verso l’Europa, quindi l’Europa deve dare una risposta.

Padre Mosè angelo dei profughi
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Accrescere le difficoltà sul cammino dei profughi significa favorire i trafficanti

Lei crede che l'apertura di canali umanitari potrebbe essere una soluzione per sconfiggere il traffico illegale di essere umani e anche, soprattutto, garantire la sicurezza dei profughi?
Noi abbiamo proposto alla Commissione europea di lavorare su tre piani. Il primo piano è quello di andare a cercare la soluzione nel paese di origine, perché è ovvio che non possiamo trasferire tutta la popolazione della Siria, o del Corno d’Africa, in Europa. Un altro piano è quello di proteggere meglio queste persone nei paesi vicini, perché quando una scappa dall’Eritrea si rifugia prima in Etiopia o in Sudan, allora perché non creare un contesto di vita dignitosa in queste zone, per queste persone? Il terzo livello è quello di organizzare un programma di reinsediamento per quelle persone che sono più vulnerabili.

Lei pensa anche a corridoi umanitari?
Il corridoio umanitario è proprio ciò che dicevo a proposito del programma di reinsediamento e questo è il canale legale. L’Europa dovrebbe prevedere di accogliere ogni anno un certo numero di profughi. Ma perché costringerli a venire fino in Italia seguendo percorsi pericolosi, mettendo a rischio la loro vita? I trafficanti chiedono una media di 5-6 mila dollari per il viaggio. Quei soldi potrebbero invece essere usati qui, per aiutare le persone a integrarsi meglio. Potrebbero servire per pagare un corso di lingua o un corso professionale, per aiutare i profughi a camminare sulle proprie gambe.

La Svizzera prevedeva, fino a qualche anno fa, la possibilità di depositare la domanda d'asilo presso le proprie ambasciate all’estero. Ciò permetteva ad alcuni profughi di raggiungere legalmente l'Europa. Quella possibilità nel frattempo è stata abolita. Come valuta lei la politica sempre più restrittiva della Svizzera nei confronti dell’accoglienza dei profughi?
Quella di chiudere la possibilità di depositare la domanda d'asilo presso le ambasciate è stata una scelta infelice, perché ha chiuso una porta legale, e ha aperto una finestra per i trafficanti. I trafficanti vivono su questo, sulle limitazioni, sulle chiusure della fortezza Europa. Loro sono bene organizzati, molto aggiornati sulle leggi, sui meccanismi che l’Europa cerca di proporre per chiudere, per proteggersi dall’arrivo dei profughi.

L'Europa deve dare una risposta

In Svizzera c’è stato un dibattito intorno alla diaspora eritrea quando è stata diffusa la notizia che le autorità - in particolare l'ambasciata di Ginevra -, incassano presso i profughi una sorta di tassa che andrebbe ad alimentare i fondi statali eritrei. Come si presenta la situazione dal suo punto di vista?
Questo non dovrebbe toccare i rifugiati, perché un rifugiato non deve avere a che fare in nessun modo con l’ambasciata del paese d’origine. Il problema nasce però quando la maggioranza degli eritrei che sono qui non ricevono lo status di rifugiato, ma ricevono solo una protezione umanitaria o sussidiaria, quindi sono nel limbo, non sono né rifugiati né immigrati economici o per lavoro. Per cui hanno bisogno poi di una serie di documenti che possono ottenere soltanto dall’ambasciata. Lì vengono costretti appunto a pagare il 2%.

Che prospettive ci sono, secondo lei, per la sua terra?
Il primo impegno dovrebbe essere quello di chiamare i due paesi, l’Eritrea e l’Etiopia, a sedersi al tavolo delle trattative allo scopo di farla finita una buona volta con il conflitto intorno ai confini. L’ONU ha la grave responsabilità di non aver completato il suo lavoro, perché l’Eritrea ha accettato la risoluzione del 2002, mentre l’Etiopia no. L’ONU non ha avuto la forza di obbligare l’Etiopia ad accettare l'accordo. Quindi permane una situazione di guerra non guerreggiata che giustifica, tra l'altro, la leva a tempo indeterminato decretata dal dittatore eritreo.

Lei si occupa della diaspora eritrea in Svizzera. Come vivono queste persone, quali sono i loro maggiori problemi, le maggiori preoccupazioni, oggi?
Il processo di integrazione per i miei connazionali è molto difficile, soprattutto nell’ambito lavorativo. Il sistema di integrazione previsto in Svizzera per gli eritrei prevede a malapena un corso di lingua, fatto velocemente, che non permette di apprendere a comunicare in modo adeguato.
Vedo poi che manca l’assistenza psicologica. Molte di queste persone hanno subito traumi, hanno assistito alla morte e alla tortura, a tutta una serie di violenze. Al loro arrivo in Svizzera, non sono aiutati a elaborare il dolore che portano dentro. Molti eritrei finiscono nell’alcolismo, cadono in depressione, alcuni si tolgono la vita. Bisognerebbe trovare psicologi e psichiatri che parlano la loro lingua e siano disposti ad aiutarli. (intervista di Paolo Tognina; adattamento Luisa Nitti).