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Il dramma dei cristiani in Iraq

Dopo l'invasione americana del 2003, la situazione dei cristiani non ha fatto che peggiorare. E l'avvento dello Stato Islamico ha provocato un esodo di massa

in  cristianesimo , Medio Oriente , intervista

Il dramma dei cristiani in Iraq

Monsignor Habib Hormuz Al-Naufali è arcivescovo della diocesi di Bassora, nel sud-est dell'Iraq, dove una manciata di cristiani lotta contro l'estinzione. Lancia l'allarme sulla tragica situazione del suo paese e sollecita l'Occidente a intervenire.

Lei è arcivescovo della città di Bassora, nel sud-est dell'Iraq. Come definirebbe la situazione dei cristiani nel paese?
I cristiani soffrono da tempo. Presso molti musulmani ha attecchito la mentalità secondo la quale i cristiani sarebbero cittadini di seconda classe. Nel nostro paese non c'è più un sistema laico, la tradizione islamica prende sempre più il sopravvento. Soltanto il Kurdistan sfugge a questa situazione ed è parzialmente laico. La situazione è peggiorata con l'invasione americana del 2003 e ora con la guerra civile e Daesh. Tutto ciò ha provocato l'esodo di oltre l'80% dei cristiani dell'Iraq, cioè più di un milione di persone che sono state disseminate in sessanta paesi diversi. È un genocidio.

Il dramma dei cristiani in Iraq

nella foto: il vescovo Habib Hormuz Al-Naufali (foto: Le Figaro)

Tuttavia la vostra regione non è sotto il regime di Daesh...
Daesh non fa che praticare una teoria che esiste altrove, in molte mentalità. Nel sud siamo molto deboli. Dieci anni fa eravamo 2.000 famiglie, oggi ne restano 400, ripartite in 3-4 città. Molte persone hanno familiari emigrati all'estero che fanno pressione per indurle a lasciare il paese. Siamo tristi, perché stiamo perdendo la nostra cultura, la nostra eredità, i nostri beni.

Che genere di persecuzioni subite?
Si tratta di persecuzioni fisiche e psicologiche. Per esempio, un mese fa un cristiano è stato ammazzato da una banda perché vendeva alcol. Per i cristiani è molto difficile trovare un impiego, perché viene loro chiesto di presentarsi con una lettera di raccomandazione del partito, ma noi abbiamo soltanto le nostre chiese e quelle non contano.

Quand'è che la situazione ha cominciato a deteriorarsi per i cristiani della regione?
Le persecuzioni contro le minoranze sono continue nella regione, con maggiore o minore intensità. È cominciato nel 19. secolo, nel sud della Turchia, poi dopo la prima guerra mondiale c'è stato il genocidio degli armeni, quindi il massacro dei caldei nel 1933 in Iraq, poi l'esodo degli ebrei iracheni nel 1948 con l'indipendenza d'Israele, poi negli anni Settanta del secolo scorso Saddam ha distrutto 63 villaggi e nella guerra contro l'Iran abbiamo sacrificato più di 10.000 giovani cristiani.

Genocidio degli armeni. Il testimone svizzero (Segni dei Tempi RSI La1)

La situazione era migliore sotto il regime dittatoriale di Saddam Hussein?
Non direi, oggi abbiamo nuovi diritti che prima non avevamo. Ma lo Stato è debole. Prima c'era soltanto un dittatore a cui rivolgersi, oggi ci sono decine di piccoli dittatori che amministrano il paese. Leader tribali, religiosi, capibanda. La situazione è ulteriormente peggiorata con l'invasione americana del 2003. Tra il 2004 e il 2009 non c'era più né polizia né Stato a proteggerci. Inoltre prima non c'erano né visti né aerei per lasciare il paese. I cristiani iracheni stringevano i denti, si sacrificavano, fuggivano dal nord al sud o dal sud al nord. Ora invece vanno tutti in Occidente, in Germania, in Svezia, in Francia dove sono accolti.

Ha comprensione per le persone che partono?
Sì, ma la maggior parte delle famiglie della diaspora non sono felici. Lottano continuamente per non perdere la propria eredità, per integrarsi in società molto diverse. Come integrarsi? Finiranno per scomparire. Non sanno più parlare l'aramaico, la lingua di Cristo, perdono le loro usanze e persino la fede.

I cristiani iracheni vanno tutti in Occidente, in Germania, in Svezia, in Francia.

La coalizione sta attualmente liberando la piana di Ninive. Pensa che i cristiani scacciati potranno ritornare a casa loro?
Nella piana di Ninive si è aperta una finestra di speranza. Ma avranno bisogno di tempo per ritrovare e ricostruire ciò che Daesh ha distrutto. Avranno bisogno di sostegno da parte del governo, delle associazioni, della Chiesa. Il governo iracheno è troppo debole, è già tanto se riesce a proteggere sé stesso. Occorre un potere forte per proteggere le minoranze. Abbiamo bisogno di una legge nazionale per proteggere i cristiani dell'Iraq in quanto autoctoni così come c'è una legge per proteggere gli indiani d'America o gli aborigeni in Australia.

Nutre speranze?
Noi cristiani pensiamo che il sole finisca sempre per sorgere. L'Occidente deve sostenere i musulmani moderati, aperti agli altri, che credono nella diversità. Non i Fratelli musulmani che non riconoscono i cristiani. A tutt'oggi l'università al-Azhar rifiuta di condannare efficacemente Daesh. Hanno detto che Daesh era contro l'islam, ma non hanno condannato queste persecuzioni contro i cristiani. Se alla Mecca leader religiosi dicono che i cristiani e gli ebrei sono scimmie e porci, c'è qualcosa che non va.

Nella vostra regione c'è una forte minoranza sciita. È più facile dialogare con gli sciiti?
Sì, ho buoni rapporti con i leader sciiti della mia regione. Si costruisce un dialogo, rispettano Gesù e ci chiedono di restare a Bassora. Ma hanno difficoltà a insorgere contro i radicali.

Che cosa si aspetta dalla comunità internazionale?
Ci rattrista essere così abbandonati. Riceviamo aiuti dalle chiese occidentali, da certe associazioni, ma è come un bouquet di fiori o la scatola di cioccolatini che si portano al capezzale di un grande malato all'ospedale. Abbiamo bisogno che l'ONU prenda la questione sul serio. Caritas, un'associazione che dovrebbe essere cattolica, non ha versato un centesimo ai cristiani della mia regione. Ho scritto loro a più riprese, senza risposta. C'è un'ipocrisia, una diplomazia della doppia faccia in Occidente. Molte parole e pochi fatti. Un giorno, quando qualche scrittore considererà questo momento storico che stiamo vivendo, scriverà probabilmente: vergognatevi. (Le Figaro, intervista di Eugénie Bastié; trad. it. G. M. Schmitt)